Da sempre sono stato attratto dagli oggetti dismessi, parcheggiati sui marciapiedi a ridosso dei cassonetti, abbandonati ai bordi delle strade, spesso in luoghi disabitati. Per me questi oggetti, oramai patrimonio di nessuno, sono carichi di valore, di potenziale. Di bellezza. Nel loro silenzioso “non essere più nulla” si accende, fortissima, la mia curiosità e ispirazione. Si crea così una sorta di tacito accordo: avverto di dovermi occupare di ciò che è stato gettato, e lo raccolgo per sottrarlo non solo agli spazi del disuso ma ancor prima alla funzione originaria. Nelle mie mani queste cose o meglio, queste “non cose” assumono una diversa dimensione, recuperano nuova dignità, per divenire oggetti completamente autonomi, emblemi di un destino intrecciato con l’arte. La materia, una volta decontestualizzata, si pone al servizio di un meccanismo poetico, che induce ad interpellare nuovi sguardi e nuove emozioni. La sostanza di cui la mia arte si nutre è prevalentemente, da molti anni, la carta. La carta dei manifesti infissi lungo le strade e le vie delle città, stratificata sui grandi supporti e fatta a brandelli dal tempo, dalle condizioni atmosferiche, dalle colle e dall’aria inquinata e densa di gas. Il lavoro di reperimento di questi fogli è molto scomodo, talvolta rischioso e talaltra imbarazzante… mi sento un clochard alle prese con le sue cianfrusaglie. Nel corso delle mie ricerche provo a guardarmi dal di fuori e mi ritrovo buffo, goffo – il mio mezzo di trasporto preferito è la bicicletta, con cui mi posso spingere ai margini delle strade – e precario, con una mano tengo il manubrio con l’altra trasporto metrature di cartone arrotolato! Ma in realtà tutto ciò, se lo paragono al momento creativo che mi attende, dura un’attimo; la smania di impossessarmi di queste mie materie prime è talmente forte che supero senza esitazioni tutti gli ostacoli del caso, tra cui la mia non più tenera età. Se fossi giovane chissà dove potrei spingermi… Poi strappo, incollo, sovrappongo, compongo, guardo, rifletto, immagino. E vedo la mia opera.