Biografia

Giuseppe Rovesti è nato a Gualtieri di Reggio Emilia il 10 maggio 1936. Dal 1957 vive a Mantova, dove si è dedicato alla sua attività di parrucchiere per signora fino al 2000. L’amata professione gli fornisce continue opportunità per consolidare la sensibilità estetica che Giuseppe presto declina in un talento creativo espresso attraverso l’arte figurativa. Nel corso degli anni ’60 il diploma di Maestro d’arte e subito dopo un percorso autodidattico lo conducono a sperimentare la pittura secondo le più tradizionali tecniche pittoriche: olio, acquarello, pastello e tempera, contestualmente allo studio dell’anatomia umana, del paesaggio e della natura in genere. Nel 1986 esordisce alla collettiva “L’arte e l’età dell’arte” al Salone Mantegnesco di Mantova, ma già da tempo si confronta con una cerchia di compagni con cui condivide l’interesse per la componente lirica ed evocativa del colore, poi da ognuno liberamente interpretata, e dal cui sodalizio ha origine il gruppo ”Alba di noi”. Negli anni ’90 Rovesti inizia a introdurre nella sua opera la tecnica del collage, impiegando il materiale pubblicitario cartaceo della strada. In questa prima fase trascura il lato su cui è impressa l’immagine per concentrarsi unicamente sul retro del foglio, la parte incollata alla parete, alla ricerca di suggestioni e forme “nascoste negli strati della carta”. Siamo nella sfera dell’informale, ed è qui che l’artista capisce di volersi identificarsi. I suoi lavori, classificati da lui stesso “picto-sculture”, sono stati esposti in diverse mostre collettive e personali che gli hanno permesso di farsi conoscere dalle varie figure attive nel settore, dagli appassionati d’arte, ai galleristi, a una fitta rete di collezionisti privati, non solo italiani ma anche provenienti da Francia, Gran Bretagna, Svizzera, Costa d’Avorio. L’artista ha partecipato con il suo gruppo a molte manifestazioni d’ambito mantovano, è stato invitato anche alle XXXIII e XXXIV edizioni del Premio Suzzara nel 1993 e nel 1994, anni nei quali si registrano anche le personali a Il Portichetto di Mantova, alla Galleria 2E di Suzzara, ma pure presso altre istituzioni di Parma e Modena. A Mantova, nel 1991, con il gruppo “L’Alba di noi” ha allestito una collettiva nella Sala Novanta di Palazzo Ducale, nel 1996 alla Casa di Rigoletto e nel 1998 ha esposto all’Hotel Rechigi di Mantova. Nel 1999 Rovesti ha raccolto una sezione delle sue opere e un regesto critico in un catalogo, e, nello stesso anno, ha partecipato in Svezia alla collettiva di Jonkopings “Tre konstn rer fran Mantua”.

 

Testo critico

Il lavoro di Giuseppe Rovesti è la cristallizzazione cartacea di un intervento creativo che ritrova il suo gesto primario a ridosso del muro, superficie scabra e apparentemente inerte, da cui strappa i manifesti corrosi e dilavati dal tempo. Compie un’operazione simile ai decollages di Rotella, ma il lungo e paziente lavoro di manipolazione delle carte stratificate può solo, già in corso d’opera, essere ricondotto al suo universo creativo, solido e garbato. La storia dell’arte del nostro secolo ha costruito attorno al tema dell’affiche una vera e propria poetica, inaugurata probabilmente con  Toulouse Lautrec e proseguita con l’estrapolazione dichiarata ed esibita dei cubisti, fino alle avanguardie storiche, dal Dada alla revisione surrealista. Ognuno di questi movimenti ha piegato il manifesto – arrotolando, strappando, imprimendo, accartocciando o riproducendo – secondo le proprie esigenze, come la folgorante impennata della pop-art, che giunge a riprodurre verosimilmente le etichette dei cibi in scatola, dei detersivi e delle più popolari bevande, o come il nuovo realismo italiano, che celebra il trionfo dell’oggetto di strada, nobilitato poi dall’operazione estetica. L’opera di Rovesti, se pur con variabilità di intenzione è il frutto di un’ indole indipendente e istintiva, che se non può prescindere da queste premesse, con altrettanta chiarezza se ne distacca a favore di un esercizio di  reimpaginazione del manifesto e del suo messaggio, destinato a una seconda vita, sublime. La pagina strappata non cerca necessariamente un supporto, è già superficie di base per le operazioni successive: un sorvegliato occultamento e svelamento di un ordine prestabilito. Così Rovesti perviene a una pittura che filtra le suggestioni dell’astrazione informale a favore di un linguaggio espressivo autonomo e in continua evoluzione. Se nel corso della prima fase produttiva si concentra sul retro dei fogli, ottenendo superfici dalle cromie tenui e lattiginose, giunge poi a socializzare con la parte “vera” e viva del manifesto, soffermandosi con riflessiva audacia sulla parte più accesa, che si tratti di colori, di immagini o di scritte, da quelle impresse a caratteri cubitali a quelle più discrete. Tutto ciò che è parte del materiale pubblicitario, nelle mani sapienti e calme di Rovesti diviene nuova immagine, come per effetto di un caleidoscopico zoom. Finchè che anche la matericità della carta a un cero punto assuma rilievo. “Certi strappi mi giungono in mano come doni della natura, talmente finiti e in sé espressivi da non riuscire più a smembrarli – spiega l’artista – posso solo ammirarne la bellezza e studiarne la migliore collocazione”. Da questo procedere nascono le opere degli ultimi quattro anni. Dal 2008 si assiste infatti a una svolta, una felice sterzata verso il colore puro e la definizione, apparentemente casuale, di una nuova famiglia di forme, più spontanee e coraggiose. Nascono quadri che non smettono mai di reinventarsi anche quando finiti. Difficile sancirne il lato definitivo, chiunque li guardi può trovare liberamente il proprio punto di vista e identificare sulla superficie le sagome percepite dal proprio occhio o dalla propria anima. L’opera di Rovesti come approdata a una ricchezza – di promesse oltre che di nuove sfumature – propria della stagione primaverile è ora un appassionatnte gioco di strappi fatti di tecnica e sapienza, evocati dall’intensa spiritualità di un uomo saggio e moderno.